Difficoltà a rimborsare le rate di un prestito? Ecco dopo quanto tempo la banca pignora il conto corrente

Capita a tutti di attraversare un momento no. La perdita improvvisa del lavoro, una spesa medica imprevista o un’entrata che viene a mancare possono rendere impossibile continuare a pagare le rate di un finanziamento o di un prestito personale ottenuto da una banca od una finanziaria.

Tra i dubbi che assalgono in questi momenti, ce n’è uno che genera ansia: “Ora la banca mi bloccherà il conto corrente? E dopo quanto tempo succederà?”

Facciamo subito chiarezza: il pignoramento non avviene mai dall’oggi al domani. La legge italiana prevede una procedura rigorosa, fatta di diversi passaggi obbligatori e avvisi formali che richiedono mesi.

Niente “pignoramenti a sorpresa”. Vediamo insieme come funziona questo iter, quali sono i tempi e – soprattutto – quali sono i diritti del debitore e i limiti che la banca non può superare.

  1. Il primo passaggio: la “decadenza dal beneficio del termine”

All’inizio, quando si saltano le prime rate, il debitore riceverà telefonate di sollecito dai toni, via via, sempre meno amichevoli. Ma il vero iter legale parte quando la banca invia al debitore una comunicazione formale per informare della decadenza dal beneficio del termine.

Cosa significa? Molto semplicemente:

  • Il contratto di prestito permetterà di restituire il denaro “a rate” (questo è il beneficio), in pratica una rinegoziazione degli importi e delle scadenze.
  • Se smetti di pagare, la banca annulla il contratto (risoluzione) e chiede la restituzione immediata dell’intero debito residuo in un’unica soluzione, compresi gli interessi e le rate già scadute.

Da questo momento in poi si fa sul serio e si chiude la fase informale dei solleciti telefonici.

  1. Il Decreto Ingiuntivo: il giudice entra in gioco

La banca non ha il potere magico di prelevare i soldi dal conto corrente con un click; ha bisogno di un documento ufficiale chiamato titolo esecutivo.

Per ottenerlo, l’istituto di credito deve rivolgersi a un tribunale e chiedere un decreto ingiuntivo. Una volta che questo atto viene notificato, si hanno a disposizione 40 giorni. Durante questa finestra temporale si può:

  1. Fare opposizione, se si ritiene che i calcoli siano sbagliati o che ci siano clausole abusive. In caso di qualifica di consumatore (prestito al consumo), i giudici sono tenuti a verificare d’ufficio se nel contratto ci sono clausole ingiuste o comunque eccessivamente onerose.
  2. Cercare un accordo, ad esempio proponendo un saldo e stralcio o un piano di rientro sostenibile.
  3. Non fare nulla, e in questo caso il decreto diventa definitivo.
  1. L’Atto di Precetto: l’ultimo avviso prima del blocco

Anche con il decreto ingiuntivo in mano, la banca è comunque obbligata dalla normativa ad inviare un ultimo avvertimento: l’atto di precetto.

Si tratta dell’intimazione finale, contenente un prospetto dettagliato, a saldare il debito (comprensivo delle spese legali maturate) entro 10 giorni.

il fattore tempo!

L’atto di precetto ha una “data di scadenza”: dura 90 giorni. Se la banca non avvia il pignoramento entro 3 mesi dalla notifica del precetto, l’atto scade e, per procedere, la banca dovrebbe rinviarne un nuovo atto di precetto.

  1. Il pignoramento vero e proprio: come funziona?

Scaduti i 10 giorni del precetto, si passa all’azione con il pignoramento presso terzi. In questo caso, il “terzo” è la banca dove il debitore ha la propria liquidità ed eventuali risparmi.

Un ufficiale giudiziario notifica l’atto sia al debitore che all’istituto di credito dove esiste il suo conto. Da quel momento preciso, la banca congelerà le somme presenti fino a coprire l’importo del debito (maggiorato della metà per coprire spese e interessi futuri). Non si potrà prelevare o usare quelle somme congelate in attesa della decisione finale del giudice.

  1. La banca può prendersi TUTTI i risparmi esistenti? NO!

Questa è la notizia più importante: la legge tutela il minimo vitale del debitore. La banca non può bloccare le intere somme presenti sul conto.

Ecco le regole:

  • I risparmi già presenti sul conto: La banca può pignorare solo la quota che supera il triplo dell’assegno sociale. Per intenderci, una cifra attorno ai 1.600 euro è totalmente intoccabile e resta a disposizione del correntista. Se sul conto hai meno di quella cifra, la banca non può bloccare un euro dei risparmi accumulati.
  • Stipendio futuro (accreditato dopo il pignoramento): Può essere pignorato di regola fino a un massimo di 1/5 della somma netta.
  • Pensione futura: Gode di una protezione ancora più forte, con un limite minimo di sopravvivenza (pari ad almeno 1.000 euro) che non può MAI essere toccato.

Tiriamo le somme: quanto tempo passa in totale?

Tracciando la linea del tempo, dalla prima rata non pagata al blocco effettivo del conto passano solitamente diversi mesi, e in molti casi anche più di un anno.

I tempi dipendono dai carichi di lavoro del Tribunale e dalle strategie della banca (che spesso prima tenta un recupero bonario tramite agenzie esterne per evitare spese legali).

Il consiglio

Il tempo è un prezioso alleato se ben usato. Non ignorare mai le raccomandate o le notifiche. Ogni atto giudiziario fa salire il debito a causa delle spese legali che ti verranno addebitate. Esistono studi legali con professionisti od associazioni sindacali, di consumatori, che possono assistere il debitore in difficoltà.

Cosa succede se il conto corrente pignorato è cointestato?

In un conto cointestato a due persone, la legge ipotizza che il denaro appartenga a entrambi in parti uguali (50% ciascuno), a meno che non si provi il contrario.

Di conseguenza, quando la banca riceve l’atto di pignoramento, può congelare soltanto la quota riferibile al debitore (ossia il 50% del saldo presente sul conto). L’altro 50%, appartenente al cointestatario non debitore, rimane libero e disponibile.

(Se i cointestatari sono tre, la quota bloccata sarà pari a un terzo, e così via)

Se il conto contiene denaro versato esclusivamente dal cointestatario non debitore (ad esempio, se sul conto arriva solo il suo stipendio o la sua pensione), è possibile fare opposizione al pignoramento.

Il cointestatario non debitore può dimostrare al giudice dell’esecuzione (tramite estratti conto, buste paga o moduli di accredito) che la provvista appartiene interamente a lui. Se la prova viene accolta dal giudice, il pignoramento sulla quota viene annullato o sbloccato.