Indipendentemente da come si svilupperà il conflitto tra Stati Uniti, Israele ed Iran possiamo già proclamare vincitrice o, più precisamente, fortemente beneficiata la Cina di Xi Jinping
Nell’idea dell’imbarazzante amministrazione americana l’obiettivo era esattamente il contrario di quello che sta ottenendo. Il declino degli Stati Uniti come super potenza mondiale vede in questo assurdo conflitto una drammatica conferma
1. La strategia della cautela di Xi Jinping
A differenza di leader come Putin o Trump, il presidente Xi Jinping ha evitato rischi inutili, mantenendo una posizione di distanziamento dai conflitti diretti. Questa prudenza si riflette nel limitato sostegno alla Russia in Ucraina e nella riluttanza a criticare apertamente o sostenere militarmente l’Iran, preferendo mantenere aperto il canale diplomatico con Washington in vista del prossimo summit a Pechino.
2. Resilienza energetica e transizione accelerata
La guerra è stata la prova di resistenza per cui era stata concepita la strategia energetica di Pechino, prova peraltro offerta gratuitamente dalle volpi statunitensi.
Questa guerra con le sue conseguenze non farà che accelerare i programmi globali di transizione energetica verso le rinnovabili La Cina detiene oltre il 70% delle catene di approvvigionamento globali di energia solare, eolica, batterie e veicoli elettrici. Più a lungo la situazione a Hormuz rimarrà instabile, più profonda diventerà la dipendenza globale.
3. Vantaggi strategici e militari
Il conflitto sta logorando la potenza militare e la reputazione degli Stati Uniti:
- Erosione della deterrenza: Lo spostamento di asset navali e aerei verso il Medio Oriente ha indebolito la presenza USA nell’Indo-Pacifico, portando alleati come Giappone e Corea del Sud a dubitare della tenuta degli impegni di sicurezza americani.
- Intelligence sul campo: Pechino osserva da vicino l’uso dei droni iraniani e dell’IA americana sul campo di battaglia, traendo lezioni preziose per un eventuale scenario futuro a Taiwan come, ad esempio, una quarantena dell’isola tramite droni a basso costo. L’osservazione dei combattimenti ha consentito a Pechino di capire come si muovono le forze americane sul campo e come ruotano le portaerei. Ciliegina sulla torta, gli Stati Uniti hanno impiegato circa l’80% del loro arsenale di missili da crociera stealth JASSM-ER nella guerra contro l’Iran, ritirando le scorte dal Pacifico per alimentarla. Il conflitto ha ridotto significativamente le scorte statunitensi di missili Tomahawk e Patriot, intercettori THAAD e droni.
- Dipendenza mineraria: Washington rimane acutamente dipendente dalle esportazioni cinesi di minerali critici necessari per produrre nuove armi, una leva che Pechino potrà usare nei negoziati.
4. Il ruolo di “Grande Potenza Responsabile”
Pechino cerca di proiettare un’immagine di stabilità contrapposta alla volubilità di Trump. Promuovendo iniziative di pace simboliche e dialogando con le opposizioni taiwanesi, Xi mira a presentarsi come un attore costruttivo, evitando i costi di un coinvolgimento militare diretto.
5. I limiti del caos: perché la Cina vuole la fine della guerra
Nonostante i vantaggi, una guerra prolungata danneggerebbe Pechino nel medio termine:
- Danni economici: Un rallentamento della crescita in Europa e Asia (che assorbono il 60% dell’export cinese) ridurrebbe drasticamente la domanda di beni prodotti in Cina.
- Rischio Trump: L’imprevedibilità del presidente americano e l’uso unilaterale della forza rappresentano una minaccia per la stabilità globale necessaria alla prosperità cinese.
In sintesi: La Cina è uno dei pochi vincitori di questa fase di caos indotta dagli Stati Uniti, ma i benefici del disordine sono decrescenti. Pechino ora desidera la fine delle ostilità più di quanto desideri vedere il suo principale avversario continuare a logorarsi.